Approfondimento a cura di Telmo Pievani
Il cespuglio degli ominidi
LA SPECIE CHE NON C’ERA
Prendere atto che l’evoluzione non è un’ineluttabile ascesa verso la perfezione, che la contingenza gioca un ruolo cruciale nella storia evolutiva e che la nostra evoluzione rispecchia quella di tutte le altre specie vissute sul pianeta ha profonde implicazioni per capire chi siamo, come siamo arrivati fin qui e dove stiamo andando (N. Eldredge)
Diamoci appuntamento al bar di “Guerre Stellari”. Trascuriamo le trame dell’avventuriero e contrabbandiere Han Solo (Harrison Ford), alle prese con i suoi traffici, i suoi debiti con il mostruoso Jabba e la stipula del contratto con Luke Skywalker (Mark Hamill), che alla fine condurrà alla salvezza dell’Universo a bordo della sgangherata astronave Millennium Falcon. vai
Curiosamente, l’immagine del bar intergalattico, nel quale le diversità più estreme sembrano convivere spontaneamente, è stata evocata di recente per illustrare (dobbiamo dire, con indiscutibile efficacia) le stranezze dell’evoluzione umana. Il paleoantropologo Tim White, scopritore nel 1994 di un ominide molto antico appartenente alla famiglia dei nostri primissimi antenati, Ardipithecus ramidus, per far fronte ai dubbi dei colleghi e alla difficoltà oggettiva di descrivere l’andatura bipede assolutamente particolare e unica di questo esemplare, di cui si erano conservate le tracce del cranio e di poco altro, ebbe a dire: “L’ardipiteco aveva un tipo di locomozione dissimile da ogni essere attualmente vivente. Se volete trovare qualcosa che cammini come lui, potete cercare nella scena del bar in Guerre Stellari” (cit. in Tattersall, 2003).
Qualche tempo dopo, nel sito etiopico di Aramis, White scoprì uno scheletro completo di ardipiteco, la cui andatura era sì bipede (e pertanto classificabile come uno dei primi virgulti dell’albero dell’evoluzione umana) ma in un modo quantomeno stravagante. Affondando nei recessi più bui del nostro tempo profondo, l’unica connessione fra Homo sapiens e questi ominidi è infatti la postura eretta. Tim White, a otto anni di distanza dal ritrovamento dello scheletro completo di ramidus, non ha ancora pubblicato la sua monografia sulla scoperta e ciò contribuisce alla curiosità e al mistero: pare che la conformazione del bacino e degli arti inferiori dell’ominide sia piuttosto eccentrica, qualcosa di sostanzialmente diverso sia dall’andatura sulle nocche degli scimpanzé sia dall’andatura bipede degli australopitechi. Ardipithecus ramidus viveva in un ambiente ricco di vegetazione e sviluppò probabilmente una sua andatura mista del tutto peculiare. vai
La tentazione di considerare i nostri antenati come forme intermedie, un po’ più raffinate dei loro predecessori scimmieschi ma decisamente più rozze di Homo sapiens, ha riguardato in passato anche il nostro parente ominide più stretto, l’Uomo di Neanderthal. Eppure, già alla fine degli anni cinquanta due paleoantropologi americani avevano sfatato il mito di neanderthal come brutale e stupido uomo delle caverne soppiantato dal ben più intelligente ed equipaggiato sapiens: i due spiritosi scienziati avevano infatti elaborato un gustoso fotomontaggio nel quale un uomo di neanderthal, lavato a dovere, sbarbato, pettinato e vestito di tutto punto con giacca, cravatta e valigetta, passava pressoché inosservato nella folla mattutina che riempie la metropolitana di New York (un luogo che, quanto a diversità eccentrica, può essere considerato una versione soft del bar intergalattico).
Il nostro modo di concepire l’evoluzione umana è profondamente cambiato negli ultimi anni. Il modello lineare della “scala del progresso”, che compare ancora in numerose raffigurazioni sui manuali e sui giornali, ha ceduto il passo ad una concezione fortemente incentrata sulla diversità dei percorsi evolutivi, sulla molteplicità delle specie e delle soluzioni adattative, sulla contingenza ambientale che in diverse occasioni ha deviato la traiettoria dell’evoluzione ominide verso esiti imprevedibili a priori. Come hanno dimostrato le recenti scoperte della specie Orrorin tugenensis (soprannominata Millennium Man) nel 2001, datata intorno a 6 milioni di anni fa, e della specie Sahelanthropus tchadensis (soprannominata Toumai) nel luglio 2002, datata fra i 6 e i 7 milioni di anni fa, fin dagli inizi il “cespuglio degli ominidi” è stato caratterizzato dalla convivenza e dalla competizione fra specie, dalla ramificazione e dalla migrazione in habitat diversificati dell’Africa. vai
Le più importanti innovazioni della storia naturale dell’umanità non sono emerse gradualmente in un’unica linea di discendenza, ma sono apparse in modo episodico e piuttosto raro soltanto in alcune fasi cruciali dell’evoluzione ominide, spesso innescate da fenomeni naturali globali come le glaciazioni e la frammentazione degli habitat. Senza queste discontinuità ecologiche non sarebbe probabilmente nato neppure il genere Homo. Lo stesso carattere multiforme e contingente interessa peraltro le fasi più recenti dell’ominizzazione, quando le specie ominidi uscirono dall’Africa e occuparono il Vecchio Mondo e quando comparve, in mezzo ad altre specie diversamente adattate, Homo sapiens. Dunque, anche il processo di planetarizzazione dell’unica specie umana sopravvissuta, per ragioni difficilmente riconducibili ad un’innata superiorità, presenta i connotati della contingenza evolutiva e della diversità proliferante di forme. vai
Oggi sappiamo che tutti i popoli della Terra discendono da un unico ceppo africano, originatosi in tempi molto recenti, circa 150mila anni fa, e votato ad un’espansione senza precedenti in ogni regione del globo. Questa data di nascita africana ravvicinata e gli intricati percorsi dei mescolamenti e delle ibridazioni che hanno caratterizzato il popolamento del pianeta escludono che possano esistere differenze genetiche e biologiche regionali tali da giustificare anche solo l’esistenza delle cosiddette “razze umane”. Concepire Homo sapiens come una specie biologica in mezzo a tante altre, costituita da un mosaico di popolazioni geneticamente omogenee, ospite di un pianeta che ne ha viste di tutti i colori e immersa in un flusso evolutivo ricco di discontinuità e di sorprese, corrisponde ad un esercizio di umiltà epistemologica. Significa spogliarsi per un attimo dei panni del dominatore e, nudi come mamma evoluzione ci ha fatti, indossare gli occhiali del tempo profondo.
Nel suo interessante libro “The Riddled Chain” il paleoantropologo Jeffrey McKee, ora docente presso la Ohio State University dopo alcuni anni di ricerca passati insieme a Phillip Tobias presso i siti di Taung e di Makapansgat in Sud Africa, dipinge l’evoluzione umana come una catena “bucherellata” da eventi contingenti, da interferenze casuali, da coincidenze improbabili (McKee 2000). Il caso, le coincidenze e il caos sono stati, a parere di McKee, fattori decisivi quanto la selezione naturale nella determinazione della traiettoria evolutiva della nostra specie. Il percorso evolutivo che ha condotto all’emergere dell’umanità è “una storia evoluzionistica tortuosa, senza alcun particolare destino” (ib. p. 2). vai
Ma l’evoluzione umana è davvero il frutto della sola azione del caso? Qualsiasi cosa poteva succedere in qualsiasi momento, come in un moto browniano di particelle che si scontrano nel più assoluto disordine? Naturalmente, no. Nel flusso caleidoscopico dei cambiamenti che hanno prodotto l’evoluzione naturale di quel glorioso accidente della storia che chiamiamo Homo sapiens, le leggi del cambiamento hanno agito senza sosta. Contingenza evolutiva significa “potere causale del singolo evento”, significa che ogni evento è generatore di molte storie alternative ed equivalenti e che solo una alla fine viene scelta per ragioni non sempre stringenti. Significa imprevedibilità, non assenza di regole né oscurità. Ciò che semmai è avvenuto nelle ricerche degli ultimi anni, quelle che hanno permesso di ricostruire la storia presentata qui, è l’emergenza di nuove configurazioni, di nuovi modelli per spiegare il cambiamento.
La ragnatela dei processi e delle fitte interconnessioni che legano l’evoluzione della vita, l’evoluzione degli ecosistemi terrestri e, oggi, l’evoluzione della nostra “specie catastrofica” presenta infatti alcuni disegni ricorrenti, alcune forme stabili. Il grande paleontologo dell’American Museum of Natural History di New York, Niles Eldredge, ha proposto di chiamare queste sequenze di eventi storici ripetuti “i pattern dell’evoluzione” (Eldredge 1999). Ne abbiamo riconosciuti alcuni, che possiamo ricapitolare sinteticamente:
1) Il pattern degli equilibri punteggiati e della “branching evolution” (ovvero: il cambiamento nell’evoluzione umana, come nell’evoluzione di ogni altra forma animale, ha avuto un carattere episodico, ramificato, contingente ed ecologico; non è stato un miglioramento graduale all’interno di tendenze lineari di progresso, ma un’alternanza di lunghi periodi di stabilità e di brevi periodi di cambiamento durante i quali le novità evolutive emergono in concomitanza con la gemmazione di nuove specie);
2) Il pattern dei processi exattativi (ovvero: alcune innovazioni cruciali dell’evoluzione umana, come il bipedismo e l’anatomia per il linguaggio articolato, sono sorte per ragioni adattative indipendenti dal loro utilizzo attuale; caratteristiche originariamente sviluppatesi in un contesto sono state in seguito cooptate per usi diversi in altri contesti);
3) Il pattern delle direttrici evolutive spaiate (ovvero: all’interno del cespuglio ramificato di specie ominidi la tecnologia, l’organizzazione sociale, le facoltà cognitive e l’anatomia hanno seguito ritmi di sviluppo non uniformi e non simultanei);
4) Il pattern della doppia gerarchia, ecologica e genealogica, e delle sue interconnessioni (ovvero: l’evoluzione umana non è stata sospinta soltanto dall’azione plasmante della selezione naturale sul corredo genetico, ma anche e soprattutto da un’ampia e diversificata ecologia di fattori e di livelli gerarchici sovrapposti e interdipendenti; le connessioni e le retroazioni fra i livelli della doppia gerarchia legano indissolubilmente in un’unica trama l’evoluzione organica degli ominidi, l’evoluzione degli ecosistemi terrestri e l’evoluzione geologica del pianeta);
5) Il pattern delle estinzioni di massa e delle radiazioni adattative (ovvero: le estinzioni di massa sono stati di singolarità evolutiva che interrompono il normale flusso delle trasformazioni biologiche; Homo sapiens, che pure discende in modo accidentale da tali discontinuità macroevolutive, è ora immerso in un’estinzione di massa della biodiversità planetaria da lui stesso prodotta e della quale stenta a comprendere i meccanismi e le retroazioni);
6) Il pattern della coevoluzione e delle comunità ecologiche lontane dall’equilibrio (ovvero: la biosfera e Homo sapiens costituiscono oggi un sistema accoppiato di relazioni ecologiche ed economiche le cui caratteristiche evoluzionistiche complessive sono tipiche di sistemi aperti, autorganizzati, instabili, discontinui, imprevedibili e ricchi di proprietà emergenti; ciò implica che la nostra specie, come ogni componente di un sistema complesso adattativo lontano dall’equilibrio, non è in grado di prefigurare e di controllare la traiettoria futura del sistema di cui è parte).
Questi pattern, o concatenazioni di eventi ricorrenti, non sono leggi scritte ad imperitura memoria sulle sacre pietre della scienza evoluzionistica. Sono schemi esplicativi provvisori, regolarità emergenti, indizi di una nuova epistemologia evolutiva che nasce dal tentativo di riformare il pensiero neo-darwinista in chiave pluralista, liberandosi dalla gabbia concettuale riduzionista e determinista che i programmi di ricerca della sociobiologia e della psicologia evoluzionistica hanno costruito attorno alle scienze dell’evoluzione. vai
Non si può comprendere a pieno il significato dei processi di globalizzazione economica e culturale contemporanei senza una loro collocazione nel tempo profondo della planetarizzazione della specie umana. Essi sono l’esito ultimo (e assai imprevedibile) di una lunga storia di migrazioni, di colonizzazioni, di derive e di ibridazioni. Questa “storia naturale della globalizzazione” comincia con la nascita, all’interno della famiglia delle scimmie antropomorfe, di una serie di “ominidi” con caratteristiche peculiari che si diversificano e occupano la zona orientale e meridionale del continente africano. Prosegue con la comparsa, all’interno del cespuglio lussureggiante dei nostri antenati, di una specie che esce dall’Africa e colonizza il Vecchio Mondo, seguita un milione e mezzo di anni dopo da una seconda specie “esploratrice”, chiamata Homo sapiens, che ripercorrerà nuovi tragitti e colonizzerà tutti i continenti. La storia continua con la diffusione ramificata delle popolazioni di sapiens sulla Terra e con la loro coevoluzione con le nicchie ambientali eterogenee che incontreranno di volta in volta nei loro sentieri di scoperta. Più che una storia eroica di conquiste, appare come un tessuto di fili sottilissimi e multicolori, come una trama di interdipendenze inaspettate, di relazioni sconosciute, di radici intrecciate. E’ una storia incompiuta, come incompiuto è il destino della nostra specie.
L’esplorazione dello spazio profondo dell’umanità ha cinquecento anni e va esaurendosi. I popoli europei hanno fatto visita a popolazioni antichissime che non desideravano affatto essere “scoperte”, portandole sovente all’estinzione. Ora proviamo il senso di desolazione di un condottiero che arriva di fronte al mare e si rende conto che di là non c’è più nulla da conquistare e da esplorare. Possiamo giusto sperare in qualche spettacolare colpo di coda, in qualche mostro degli abissi o nello yeti. Oppure possiamo attendere speranzosi lo sbarco su Marte e nel frattempo interrogare le sonde catapultate ai confini del sistema solare.
L’esplorazione del tempo profondo dell’umanità, invece, è appena cominciata e promette rivelazioni imbarazzanti. L’impresa richiede il contributo di discipline molto diverse che da pochi anni dialogano l’una con l’altra: la paleoantropologia, la paleoecologia, l’archeologia, la biologia molecolare, la linguistica comparata, l’antropologia culturale, l’epistemologia. Gli esperti di queste discipline ci stanno rivelando che le vecchie e gloriose metafore dell’equilibrio, delle “vie maestre” e delle “devianze”, delle tendenze graduali e dell’adattamento ottimale non reggono più alla sfida di comprendere realisticamente una storia intricata e ricca di discontinuità, di riadattamenti imprevedibili, di biforcazioni contingenti e di eventi accidentali. vai
La prospettiva dei tempi lunghi porta con sé una rivoluzione concettuale tanto semplice quanto profonda riguardo alla nostra coscienza di specie: per gran parte della storia naturale della Terra noi non c’eravamo; se le cose fossero andate in modo leggermente diverso noi oggi non saremmo qui; e come ogni altra specie, salvo miracoli tecnologici inimmaginabili, verrà il giorno in cui comunque non ci saremo più.
Un mondo diverso è possibile soltanto se comprendiamo che già la storia di questo mondo è molto diversa da ciò che abbiamo pensato che fosse. Sfortunatamente, i principi che sorreggono le analisi più diffuse della planetarizzazione sono ancora imperniati su un’epistemologia evolutiva, cioè su un modo di concepire e di studiare il cambiamento, fortemente riduzionista e determinista. La specie umana ha bisogno invece di ritrovare una prospettiva evoluzionistica profonda, uno sfondamento all’indietro che cambi radicalmente la percezione del futuro mettendo seriamente in discussione alcuni presupposti antropocentrici e progressionisti sopravvissuti alla rivoluzione darwiniana. Il passato non è stato affatto inevitabile, quindi non lo saranno nemmeno il presente e il futuro. Non esiste un “modello adulto di civiltà” che gradatamente illumina l’umanità derelitta e bambina, ma una trama avvincente e sconosciuta di civiltà interconnesse. La specie umana è un’emergenza recente, fragile e sublime: un glorioso accidente della storia. Come tutte le società e le culture che ha prodotto, essa è incompiuta e interdipendente: non può fare a meno di consegnarsi ad un futuro incerto e non può fare a meno di dipendere da una rete di relazioni culturali e biologiche che va oltre l’orizzonte delle sue conoscenze.
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Per un approfondimento di quanto discusso in questo saggio si rimanda a:
T. Pievani, Homo sapiens e altre catastrofi. Per un’archeologia della globalizzazione, Meltemi Editore, Roma, 2002.
Altri riferimenti bibliografici citati:
N. Eldredge (1999), Le trame dell’evoluzione, Cortina Editore, Milano, 2002.
J.K. McKee, The Riddled Chain. Chance, Coincidence and Chaos in Human Evolution, Piscataway (NJ), Rutgers University Press, 2000.
I. Tattersall (2002), La scimmia allo specchio. Saggi sulla scienza di ciò che ci rende umani, Meltemi Editore, Roma, 2003.