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Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti - Testata per la stampa

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Adunanza Solenne

Venezia, domenica 27 settembre 2020, ore 10,30
Palazzo Franchetti, Sala del Portego

Nel corso dell'adunanza il Presidente ha proclamato:
i nomi dei nuovi soci effettivi, corrispondenti e stranieri;

Ha tenuto:
la relazione sull'attività svolta dall'Istituto durante l'anno accademico 2019-2020;

Ha comunicato i risultati dei seguenti concorsi scientifici conferendo il premio ai vincitori:
Concorso al Premio Mario Bonsembiante per tesi di dottorato su argomenti nel campo alimentare e/o nutrizionale
Concorso al Premio Lorenzo Brunetta per tesi di dottorato nell'ambito della Ricerca Operativa
Concorso al Premio Guerrino Lenarduzzi destinato a laureati in Medicina e Chirurgia con una tesi di specializzazione o di dottorato nel campo della diagnostica per immagini o quello della radiologia interventistica
Concorso al Premio Marina Magrini destinato a laureati in Storia dell'Arte con temi di ricerca su scultura e pittura d'ambito veneto del Settecento nelle sue diaspore Europee
Concorso al Premio Marco Marchesini per tesi di laurea magistrale su un argomento di Etologia
Concorso al Premio Pompeo Molmenti per un lavoro originale ed inedito su un argomento riguardante la storia della società veneta, della sua cultura e delle sue istituzioni nel periodo compreso tra il XIII e il XX secolo

Il socio effettivo GIUSEPPE GULLINO
professore già ordinario di Storia moderna nell'Università degli studi di Padova,
ha tenuto il discorso ufficiale sul tema
Il quarto cavaliere dell'Apocalisse
Quando si parla di peste, per solito si ricorda quella del 1348, la cosiddetta peste nera; prima di essa non c'erano state epidemie recenti.  Per gli uomini del tempo il pensiero correva alla Bibbia, alle dieci piaghe inviate da Dio contro il faraone, e più tardi al contagio che colpì Atene nel 421 a.C., portandosi via lo stesso Pericle. Anche il mondo romano non fu immune dal fenomeno, tuttavia per conoscere la prima grande pandemia bisogna giungere al 541, alla cosiddetta "peste giustinianea", che con successivi ritorni provocò lo spopolamento di interi paesi.  Donde l'abbandono e il degrado delle strutture agrarie e in particolare delle opere di irrigazione, che condusse alla desertificazione di vaste aree, dalla Libia alla Siria.
Poi, a partire dalla metà dell'VIII secolo non si ha notizia di epidemie, sicché la peste nera trovò  impreparata la popolazione; anche Venezia fu colpita in maniera durissima, infatti, pur essendo divisa in isolette e quindi potendo disporre di barriere naturali, si calcola che perse il 40% dei suoi abitanti; qui,  in tempi più recenti, si svilupparono altre due grandi epidemie, delle quali rimane vivo il ricordo nelle chiese del Redentore, di Palladio, e della Salute, di Longhena; queste pestilenze, che a Venezia si portarono via rispettivamente il 25 e il 30% della popolazione, si verificarono nel 1576 e 1630. 
Ora, causa dell'epidemia era la catena topo-pulce-infezione, ma la gente non lo sapeva, sicché si pensava a influssi celesti, a punizioni divine, all'angelo sterminatore che colpiva i peccatori, alla corruzione dell'aria. Di fronte all'impotenza della medicina ufficiale ebbe allora a verificarsi un proliferare di profezie, oscuri presagi, annunci di congiunzioni astrali, incendi, comete, parti mostruosi, tutti segni evidenti e certissimi di imminenti calamità; ancora, di fronte al dilagare del morbo non tardò a comparire una folla di presunti guaritori, ciarlatani e imbroglioni che affermavano di conoscere il rimedio per debellare la peste.
Quella del 1630-31 fu l'ultima grande epidemia nel Veneto; in seguito la storia avrebbe voltato pagina, ma i contagi non scomparvero: nel 1720 fu la volta di Marsiglia, nel 1832 dell'Inghilterra, poi vennero l'influenza spagnola (1919), l'asiatica (1957), quindi le più recenti  BSE, o morbo della mucca pazza, l'AIDS, infine l'attuale corona virus, le quali tutte, in definitiva, altro non potrebbero essere che mutazioni dello stesso bacillo, quello della peste.

 

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Il socio corrispondente PAOLO LEGRENZI
professore emerito di Psicologia dell'Università Ca' Foscari di Venezia, 
ha tenuto il discorso ufficiale sul tema
Epidemie, paura e incertezza: il punto di vista delle scienze cognitive
Da sempre, insieme alle epidemie, arrivano paura e incertezza. Paura di essere colpiti e morire, incertezza sulla natura dell'epidemia e, negli ultimi tempi, su quando arriverà il vaccino. 
Già in occasione della peste di Atene, nel 430 a.C., si confrontano due spiegazioni sull'origine dell'epidemia. Tucidide cerca di trovare le cause sulla terra, forse nei contagi giunti dall'Etiopia. Per Sofocle, invece, si tratta della giusta punizione delle divinità per le empietà degli uomini. Questo secondo tipo di spiegazione, che ci parla di un'inevitabile decisione divina, si afferma in Occidente durante il Medioevo. Gli uomini di Chiesa e i predicatori si rendono conto che gli eventi e i fenomeni più temibili sono quelli improvvisi, imprevedibili e impressionanti: fulmini, arcobaleni, eclissi, comete, terremoti, inondazioni, o anche epidemie e carestie. Se si spiegano come punizioni, l'ansia collettiva cala e si rinforza l'autorità della Chiesa. Si evita che una comunità se la prenda con le minoranze religiose o gli stranieri.
Alla fine del Seicento due londinesi s'interrogano sulla natura della paura e dell'incertezza. John Graunt, un commerciante, si mette a studiare i Bollettini dei decessi pubblicati dal comune. Graunt calcola quanto ciascuna causa sia oggettivamente pericolosa per ogni persona nata a Londra. Una volta misurati con precisione i rischi, le paure non avrebbero dovuto essere né troppo grandi né troppo piccole. L'altra faccia del problema, l'incertezza, diviene calcolabile grazie all'intraprendenza di Edward Lloyd, gestore di una taverna. Era lì che i capitani e gli armatori commentavano i rischi corsi nei viaggi per mare. Lloyd raccoglie e pubblica la documentazione in modo sistematico ponendo le basi per l'affermarsi delle moderne assicurazioni. 
Graunt e Lloyd auspicano che incertezza e paura diventino rischi calcolabili e, quindi, controllabili. Questo sogno illuminista svanisce quando, alla fine del secolo scorso, le scienze cognitive riescono a misurare le paure e a capire come funziona l'architettura del cervello umano. Quest'ultima è rimasta la stessa di quando vivevamo come cacciatori raccoglitori, decine di migliaia di anni fa. Allora era adattivo temere e saper reagire immediatamente a ciò che appare sulla scena in modi improvvisi, imprevedibili e impressionanti. Oggi, invece, un modo di pensare intuitivo, spontaneo e veloce produce spesso giudizi affrettati e fuorvianti. Succede così che ancor oggi, sebbene in forme diverse da quelle del passato, le paure sproporzionate rispetto ai pericoli siano una risorsa per chi intende sfruttarle, quasi mai per fini nobili. Molti vivono in un nuovo medioevo costruito da pochi che alimentano il divario tra l'entità delle paure e i veri pericoli.

 

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